Stili di vita e fertilità

    PMA e lavoro: diritti, permessi e come gestire le assenze.

    Cosa prevede la normativa italiana per chi affronta un percorso di fecondazione assistita: malattia, certificazione INPS, privacy e tutele del partner.

    Tempo di lettura 11 minutiPubblicato il 25 giugno 2026

    Donna che consulta il calendario per gestire gli appuntamenti del percorso PMA durante la settimana lavorativa

    Ci sono cose che non si raccontano in ufficio. Il prelievo degli ovociti fissato per martedì mattina, il monitoraggio follicolare del giovedì, la telefonata che aspetti mentre sei in riunione. Chi sta affrontando un percorso di PMA e lavoro allo stesso tempo conosce bene quella sensazione: dover conciliare due mondi che quasi non si parlano, cercando di non lasciare tracce in nessuno dei due.

    La buona notizia è che non devi scegliere tra i tuoi diritti e la tua privacy. La normativa italiana riconosce tutele concrete per chi affronta la procreazione medicalmente assistita, e puoi esercitarle senza dover spiegare nulla a nessuno. Quello che segue è una mappa chiara di ciò che ti spetta, di come richiederlo e di cosa puoi legittimamente tenere per te.

    Teniamo conto anche di questo al Centro Florence, perché un percorso di fertilità non si esaurisce in clinica. Si porta con sé ogni giorno, anche al lavoro.

    PMA e lavoro: quali sono i tuoi diritti?

    Il punto di partenza è uno solo: l'infertilità è una patologia. L'Organizzazione Mondiale della Sanità la riconosce come tale dal 2009, e questa classificazione ha conseguenze pratiche anche sul piano lavorativo. Le assenze necessarie per sottoporsi a trattamenti di procreazione medicalmente assistita non sono una scelta di comodo: sono giorni in cui il tuo corpo è sotto stimolazione ormonale, sottoposto a procedure invasive o semplicemente in attesa di risposte che cambieranno il corso di quello che stai vivendo.

    In Italia, la tutela principale passa attraverso l'INPS e il riconoscimento delle assenze per PMA come malattia. Questo significa che hai diritto a un'indennità economica durante i giorni di assenza, esattamente come accade per qualsiasi altro periodo di malattia ordinaria. Non devi negoziare, non devi chiedere permessi speciali e non devi rivelare la natura del tuo trattamento.

    Il diritto alla privacy sanitaria è tutelato dal Codice della privacy (D.Lgs. 196/2003) e dal Regolamento europeo GDPR: la diagnosi appartiene a te, non al tuo datore di lavoro. Ciò che spetta al tuo datore di lavoro è solo sapere che sei temporaneamente incapace di lavorare e per quanti giorni.

    La normativa INPS sulla malattia per procreazione medicalmente assistita.

    Il riferimento normativo principale è la circolare INPS n. 8 del 2016, che ha chiarito in modo esplicito come le assenze legate ai trattamenti di PMA vadano equiparate a periodi di malattia ai fini previdenziali. Prima di quella circolare, la situazione era meno definita e molte lavoratrici si trovavano a dover negoziare caso per caso con i propri datori di lavoro o a consumare ferie per coprire i giorni di assenza.

    Con la circolare del 2016, l'INPS ha stabilito che il medico curante o lo specialista del centro PMA può rilasciare un certificato di malattia telematico per i giorni necessari al percorso di trattamento. Il certificato viene trasmesso direttamente all'INPS per via informatica e il datore di lavoro riceve solo il numero di protocollo e la durata dell'assenza, senza alcuna indicazione sulla diagnosi o sulla natura del trattamento.

    Questo vale sia per le lavoratrici dipendenti del settore privato che per quelle del settore pubblico, anche se le modalità di erogazione dell'indennità possono variare in base al contratto collettivo di riferimento. In molti contratti nazionali, i giorni di malattia sono retribuiti al 100% per un certo numero di giornate iniziali: vale la pena verificare cosa prevede il proprio CCNL.

    Un aspetto da tenere presente riguarda il periodo di comporto: i giorni di assenza per PMA, rientrando nella malattia ordinaria, concorrono al calcolo del tetto massimo di assenze oltre il quale il datore di lavoro potrebbe, in linea teorica, procedere al licenziamento per superamento del comporto. Alcune categorie contrattuali escludono espressamente questo rischio per le patologie gravi. È un aspetto da verificare con un consulente del lavoro o con il sindacato di categoria, specie se il percorso si prolunga nel tempo.

    Quanti giorni di assenza retribuita sono previsti?

    La normativa non fissa un numero di giorni "universale" scritto in una legge ad hoc per la PMA. I giorni di malattia che puoi utilizzare variano in base al trattamento che stai seguendo, alla fase del percorso e alla valutazione dello specialista che ti segue.

    In pratica, la letteratura clinica e la prassi consolidata nei centri PMA italiani indicano che un ciclo completo di fecondazione in vitro (FIVET o ICSI) richiede mediamente dai 15 ai 21 giorni di assenza complessiva, distribuiti tra la fase di stimolazione ovarica controllata, il prelievo degli ovociti (pick-up), il trasferimento embrionale e i giorni di riposo consigliati dopo la procedura. Alcuni centri certificano l’orario di assenza anche i giorni necessari per le visite di monitoraggio durante la stimolazione, che richiedono accessi frequenti, spesso mattutini.

    Per le procedure meno invasive, come l'inseminazione intrauterina (IUI), i giorni necessari sono generalmente inferiori, nell'ordine di 3-5 giorni per ciclo. Lo specialista che ti segue è il riferimento corretto per quantificare i giorni di assenza in modo appropriato alla tua situazione.

    La chiave è che non esiste un tetto massimo fissato per legge specificamente per la PMA: i giorni certificati devono essere clinicamente giustificati, ma all'interno di questa logica il medico ha margine per coprire tutte le fasi che rendono effettivamente difficile la presenza al lavoro.

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    Come richiedere il congedo per PMA: la procedura passo dopo passo.

    La procedura è meno complicata di quanto si possa pensare. Il medico che segue il tuo percorso, che sia il tuo medico di medicina generale o lo specialista del centro PMA, apre il certificato di malattia telematico attraverso il sistema SAR (Sistema di Accettazione e Ricevuta) dell'INPS. Non devi fare nulla in prima persona per l'invio: è compito del medico.

    Una volta aperto il certificato, riceverai via SMS o email il numero di protocollo. Quel numero è la tua copertura: comunicalo all'ufficio risorse umane o al tuo responsabile, che farà il resto. Non sei tenuta a spiegare nulla di più.

    Se per qualche ragione il certificato non arrivasse in tempo, ad esempio in caso di pick-up d'urgenza o di variazione repentina del calendario di stimolazione, puoi comunicare telefonicamente l'assenza entro i termini previsti dal tuo contratto e regolarizzare il certificato appena possibile. In questi casi, è utile avere un contatto diretto con il tuo specialista per ottenere la certificazione rapidamente.

    Per le lavoratrici autonome o libere professioniste, il meccanismo è diverso: l'INPS eroga un'indennità di malattia solo a chi è iscritto alla Gestione Separata con determinate contribuzioni minime. È consigliabile verificare la propria posizione contributiva prima di iniziare il percorso, per evitare sorprese.

    Diritti del partner durante il percorso di PMA.

    Il percorso di PMA non riguarda solo chi si sottopone alle procedure più invasive. Anche il partner ha bisogno di essere presente in alcuni momenti chiave: la consegna del campione seminale, le visite informative, il trasferimento embrionale. Eppure la normativa italiana non prevede, ad oggi, permessi retribuiti specifici per il partner durante il percorso di PMA.

    Le opzioni disponibili sono essenzialmente tre. La prima è utilizzare giorni di ferie ordinarie o permessi retribuiti previsti dal contratto. La seconda è richiedere un permesso non retribuito, concordandolo con il datore di lavoro. La terza, in alcuni casi, è ottenere un certificato di malattia anche per il partner, qualora lo specialista ritenga che vi siano ragioni cliniche documentabili, come uno stress psicofisico rilevante connesso al percorso.

    Alcune aziende più sensibili al tema hanno introdotto policy interne di welfare aziendale che estendono le tutele anche ai partner durante percorsi di PMA o adozione. Non è ancora la norma, ma il quadro sta lentamente cambiando. Se lavori in un'azienda con un ufficio HR strutturato, può valere la pena fare una domanda discreta sulle policy disponibili.

    Sul piano normativo, esistono proposte di legge che puntano a estendere le tutele ai partner: al momento della pubblicazione di questo articolo, non sono ancora diventate legge, ma il dibattito è aperto.

    PMA all'estero: come funziona per il lavoro?

    La legge italiana 40/2004 pone alcuni limiti ai trattamenti di PMA ammessi sul territorio nazionale. Per questa ragione, una parte delle coppie e delle persone che affrontano un percorso di fertilità si rivolgono a centri esteri, soprattutto per tecniche non consentite in Italia o per l'utilizzo di donazione di gameti.

    Dal punto di vista lavorativo, recarsi all'estero per un trattamento di PMA non fa venire meno i diritti di malattia, ma la procedura per la certificazione è più articolata. Il certificato medico rilasciato dalla struttura estera deve essere tradotto in italiano con traduzione giurata, legalizzato (o apostillato, a seconda del paese) e poi presentato all'INPS secondo le procedure previste per la malattia all'estero. L'INPS, in questi casi, può disporre una visita di controllo al rientro in Italia.

    I tempi di gestione burocratica sono più lunghi rispetto alla certificazione ordinaria: è consigliabile raccogliere tutta la documentazione clinica dal centro estero prima del rientro e rivolgersi tempestivamente al proprio medico di base o a un patronato per gestire la pratica.

    Al Centro Florence affrontiamo spesso questi temi con le persone che ci chiedono un consulto. Sapere cosa ti aspetta sul piano logistico e normativo prima di partire riduce notevolmente lo stress del percorso.

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    Quando il lavoro pesa più del solito: qualche considerazione pratica.

    Oltre agli aspetti normativi, c'è una dimensione concreta che molte persone vivono e che vale la pena nominare. La stimolazione ormonale può causare gonfiore, stanchezza e sbalzi d'umore che rendono le giornate lavorative più pesanti. I monitoraggi ecografici, spesso fissati la mattina presto, costringono ad arrivare in ufficio in ritardo o a prendere mezze giornate. Le attese tra una fase e l'altra del ciclo portano con sé un'ansia di fondo che è difficile mettere da parte.

    Non esiste una risposta unica su quanto condividere con il proprio datore di lavoro o con i colleghi. Alcune persone trovano sollievo nel parlarne con un referente di fiducia. Altre preferiscono una separazione netta tra vita professionale e percorso di fertilità, e questa scelta è ugualmente valida. Quello che conta è che tu abbia gli strumenti per esercitare i tuoi diritti indipendentemente da quanto decidi di condividere.

    Se hai bisogno di supporto psicologico durante il percorso, Elty mette a disposizione professionisti specializzati proprio per questo: perché affrontare la PMA non significa farlo da soli, e il benessere emotivo è parte integrante del percorso stesso.

    Parlane con chi conosce il percorso.

    Ogni situazione lavorativa è diversa. Il tipo di contratto, il settore, la dimensione dell'azienda, il numero di cicli già effettuati: tutti questi elementi influenzano il quadro complessivo. Per questo, avere al proprio fianco uno specialista che conosca bene anche gli aspetti pratici del percorso fa la differenza.

    Al Centro Florence, parte del lavoro che facciamo con te riguarda proprio questo: aiutarti a pianificare i tempi del percorso in modo che siano sostenibili, non solo dal punto di vista clinico, ma anche nella tua vita di ogni giorno. Se stai valutando di iniziare un percorso di PMA o se hai già iniziato e vuoi capire meglio come gestire il lavoro nel frattempo, puoi prenotare una prima valutazione con uno dei nostri specialisti.

    Non devi arrivare con tutte le risposte. Puoi arrivare con le domande.

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    Domande frequenti.

    Non esiste un numero fisso stabilito per legge. La prassi clinica e la circolare INPS 8/2016 consentono la certificazione di tutti i giorni in cui il trattamento rende difficile la presenza al lavoro. Per un ciclo completo di fecondazione in vitro, si tratta indicativamente di 15-21 giorni complessivi.

    Non sei obbligata a rivelare la diagnosi né la natura del trattamento. È sufficiente presentare il numero di protocollo del certificato di malattia telematico, che attesta i giorni di assenza senza specificare la patologia. La privacy sanitaria è tutelata dalla normativa italiana ed europea.

    Le assenze si giustificano tramite certificato di malattia telematico, aperto dal medico curante o dallo specialista del centro PMA e trasmesso direttamente all'INPS. Il datore di lavoro riceve solo l'attestazione dell'incapacità lavorativa e la durata, non la diagnosi.

    La legge 104/1992 si applica alle condizioni di disabilità grave riconosciuta dalla commissione medica, non al percorso di PMA in sé. L'infertilità è riconosciuta come patologia dall'OMS, ma non rientra automaticamente nei criteri della legge 104 salvo valutazione specifica.

    In base alla circolare INPS 8/2016, le assenze per PMA rientrano nella malattia ordinaria e concorrono al computo del periodo di comporto. Alcune categorie contrattuali prevedono tutele aggiuntive per le patologie gravi: vale la pena verificare il proprio CCNL.

    Le assenze per PMA all'estero possono essere coperte da certificazione medica rilasciata dalla struttura straniera, che va tradotta con traduzione giurata e gestita secondo le procedure INPS per la malattia all'estero. I tempi burocratici sono più lunghi.

    Al momento non esiste una normativa dedicata che riconosca permessi retribuiti specifici al partner durante il percorso di PMA. Le opzioni disponibili sono ferie, permessi ordinari o, in alcuni casi, certificazione medica. Alcune aziende hanno policy di welfare interno che estendono le tutele.

    Un licenziamento motivato dall'assenza per PMA sarebbe discriminatorio e impugnabile, in quanto lesivo del diritto alla salute. In caso di comporto superato, la situazione va valutata caso per caso con un consulente del lavoro o un sindacato.

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    Fonti.

    I contenuti di questo articolo si basano su linee guida internazionali, documentazione scientifica e fonti istituzionali aggiornate.

    1. INPS — Circolare n. 8 del 19 gennaio 2016, Indennità di malattia per PMA
    2. ISS — Registro Nazionale PMA, Relazione annuale al Parlamento 2023
    3. Legge 19 febbraio 2004, n. 40 — Norme sulla PMA
    4. WHO — Infertility prevalence estimates 1990-2021, 2023
    5. ESHRE — ART fact sheet 2023
    6. Garante Privacy — D.Lgs. 196/2003, Codice in materia di protezione dei dati personali

    Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo divulgativo e non sostituiscono una valutazione medica personalizzata.