Ci sono momenti in cui ti siedi in sala d'attesa e guardi intorno. Ci sono nomi scritti su cartelle cliniche, appuntamenti fissati per l'altra persona, esami che riguardano il suo corpo. E tu sei lì, presente, ma con la sensazione sottile e fastidiosa di essere fuori campo. Non perché qualcuno ti abbia escluso, ma perché il percorso PMA sembra costruito attorno a chi subisce le procedure fisiche, e il partner spesso non sa bene dove stare.
Questa sensazione è reale, è comune, ed è importante nominarla. Un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA) coinvolge due persone, anche quando clinicamente le procedure si concentrano su una sola. Capire qual è il tuo ruolo, cosa puoi fare, cosa stai attraversando emotivamente e dove puoi trovare supporto: tutto questo non è secondario. È parte del percorso.
Questo articolo è scritto per te che accompagni, che aspetti, che ti fai domande in silenzio. Perché il percorso PMA e il benessere del partner non sono un tema di contorno: sono centrali quanto ogni altro aspetto clinico.
Cosa è il percorso PMA per il partner.
La procreazione medicalmente assistita raccoglie un insieme di tecniche mediche che aiutano una coppia a ottenere una gravidanza quando questa non avviene spontaneamente. In Italia, il riferimento normativo è la Legge 40/2004, che disciplina l'accesso, i limiti e le modalità di questi percorsi. Secondo i dati del Registro Nazionale PMA dell'Istituto Superiore di Sanità, ogni anno in Italia si eseguono circa 100.000 cicli di PMA, coinvolgendo decine di migliaia di coppie.
Quando si parla di PMA si includono tecniche diverse: dall'inseminazione intrauterina (IUI), che è la forma meno invasiva, fino alla fecondazione in vitro con o senza iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (rispettivamente FIVET e ICSI). La scelta tra queste opzioni varia in base alla valutazione clinica di entrambi i componenti della coppia, non di uno solo.
Per il partner che non è sottoposto alla stimolazione ovarica o al prelievo degli ovociti, il percorso PMA può sembrare una serie di attese: aspetti i risultati degli esami, aspetti la risposta alla stimolazione, aspetti il trasferimento dell'embrione, aspetti il test di gravidanza. Ma questa posizione di attesa non significa assenza di ruolo. Significa che il tuo contributo è diverso, non minore.
Cause e fattori di rischio.
L'infertilità è una condizione medica definita dall'[Organizzazione Mondiale della Sanità](https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/infertility) come l'incapacità di ottenere una gravidanza dopo 12 mesi di rapporti non protetti regolari (6 mesi per chi ha più di 35 anni). Riguarda circa il 15-17% delle coppie in età fertile a livello globale.
Quello che spesso sorprende è la distribuzione delle cause. Secondo le stime ESHRE e ASRM, il fattore maschile è coinvolto in circa il 40-50% dei casi di infertilità di coppia. Un altro 30-40% è attribuibile a fattori femminili, e la quota restante è riconducibile a cause miste o inspiegabili. Questo significa che, in una coppia su due, la valutazione andrologia del partner è clinicamente determinante.
I principali fattori di rischio per il fattore maschile includono alterazioni della produzione spermatica (oligospermia, astenospermia, teratospermia), ostruzioni dei dotti deferenti, varicocele, pregressi trattamenti oncologici, esposizioni ambientali e lavorative, e condizioni ormonali specifiche. Per il fattore femminile, le cause più frequenti sono le disfunzioni ovulatorie, le patologie tubariche, l'endometriosi e la ridotta riserva ovarica, quest'ultima correlata soprattutto all'età.
Comprendere le cause non è solo un esercizio clinico: è spesso il punto in cui il partner smette di sentirsi osservatore e diventa parte attiva del quadro diagnostico. Sapere cosa si sta cercando, e perché, cambia il modo in cui si vive ogni fase del percorso.
Sintomi principali.
L'infertilità, nella maggior parte dei casi, non ha sintomi evidenti. Non fa male, non si vede, non si sente nel corpo come una malattia. Si manifesta attraverso un'assenza: la gravidanza che non arriva. Questo la rende psicologicamente peculiare, perché si vive un disagio reale in assenza di un segnale fisico chiaro su cui concentrarsi.
Per il partner, i "sintomi" del percorso PMA sono spesso di natura emotiva e relazionale. La ricerca pubblicata su *Human Reproduction* ha documentato che i livelli di stress nei partner sono paragonabili a quelli di chi affronta direttamente le procedure cliniche, pur con caratteristiche diverse. Chi accompagna tende a sviluppare ansia anticipatoria, senso di impotenza e, in alcuni casi, un senso di colpa legato al desiderio di non sovraccaricare l'altro.
Quando è presente un fattore maschile, possono comparire sintomi specifici che è utile riconoscere: difficoltà di erezione o eiaculazione legate all'ansia da prestazione (ad esempio nelle procedure di raccolta del campione), calo del desiderio sessuale, isolamento emotivo. Questi non sono segnali di fragilità: sono risposte fisiologiche a una situazione di stress prolungato.
Dal punto di vista fisico, alcune condizioni che contribuiscono al fattore maschile possono avere segnali propri: dolore o gonfiore al testicolo (possibile varicocele), storia di infezioni urogenitali, o assenza di eiaculazione. In questi casi, la valutazione andrologica permette di identificare la causa e impostare un percorso appropriato.
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Diagnosi e trattamenti.
La valutazione del partner in un percorso PMA parte quasi sempre dallo spermiogramma, l'analisi del liquido seminale. Questo esame misura la concentrazione degli spermatozoi, la loro motilità e la loro morfologia. I valori di riferimento sono stabiliti dall'OMS (ultima revisione 2021\) e permettono allo specialista di classificare il parametro seminale e orientare le scelte successive.
Se lo spermiogramma mostra alterazioni, la valutazione si approfondisce. Tra gli esami di secondo livello si trovano il test di frammentazione del DNA spermatico, i dosaggi ormonali (FSH, LH, testosterone, prolattina), l'ecografia scrotale e, in casi selezionati, l'analisi genetica. Ogni indagine serve a rispondere a una domanda precisa: non si eseguono per completezza, ma per orientare la scelta clinica.
Sul fronte dei trattamenti, la scelta varia in base all'entità e alla causa dell'alterazione. In presenza di un fattore maschile lieve o moderato, si può ricorrere all'inseminazione intrauterina (IUI). Quando il fattore maschile è più severo, la tecnica ICSI, che prevede l'iniezione diretta di un singolo spermatozoo nell'ovocita, rappresenta spesso l'opzione più indicata. In casi di azoospermia (assenza di spermatozoi nell'eiaculato), è possibile procedere al recupero chirurgico degli spermatozoi dal testicolo, tecniche note come TESE o micro-TESE.
Per chi non presenta un fattore maschile rilevante, il ruolo clinico si concentra sulla raccolta del campione seminale nel giorno del prelievo degli ovociti o dell'inseminazione. Ma il ruolo umano va ben oltre: essere presenti, informati e emotivamente disponibili è una forma concreta di partecipazione al percorso.
Le [linee guida ESHRE sul supporto psicosociale in PMA](https://www.eshre.eu/Guidelines-and-Legal/Guidelines/Routine-psychosocial-care-in-infertility-and-medically-assisted-reproduction) raccomandano esplicitamente che il counseling venga offerto a entrambi i partner in tutte le fasi del percorso, non solo in risposta a momenti di crisi.
Quando consultare uno specialista.
Se stai leggendo questa pagina, è probabile che tu stia già valutando di iniziare, o che tu sia già dentro a un percorso. In entrambi i casi, ci sono segnali che indicano il momento giusto per rivolgersi a uno specialista in fertilità, senza attendere ulteriormente.
La prima indicazione riguarda il tempo: se sono passati 12 mesi di rapporti regolari senza gravidanza (o 6 mesi se chi affronta il percorso ha più di 35 anni), la valutazione di coppia è raccomandata. Non è un segnale di allarme: è semplicemente il punto in cui i dati clinici aiutano a capire cosa sta accadendo.
Ci sono poi situazioni in cui è opportuno anticipare la valutazione. Se il partner ha avuto in passato infezioni urogenitali, interventi chirurgici inguinali o scrotali, trattamenti oncologici, o se ha già avuto uno spermiogramma con parametri alterati, la consulenza andrologica va richiesta prima. Allo stesso modo, se la coppia ha già vissuto uno o più cicli non andati a buon fine, è utile rivalutare insieme l'intero quadro clinico.
Un altro momento in cui chiedere aiuto è quando l'impatto emotivo del percorso diventa difficile da gestire da soli. Ansia persistente, tensione nella relazione, difficoltà a parlare di ciò che si sta vivendo: questi non sono segnali da minimizzare. Il supporto psicologico specializzato in fertilità esiste esattamente per queste situazioni, e accedervi non significa che qualcosa non funziona nella coppia. Significa prendersi cura di entrambi mentre si affronta qualcosa di impegnativo.
Se hai dubbi su dove iniziare, il punto di partenza è una valutazione di coppia con uno specialista in fertilità. Non occorre avere già una diagnosi per prenotare una prima consulenza: spesso è proprio quella consulenza a dare il senso di dove si è e dove si può andare.
Al Centro Florence puoi affrontare il percorso insieme.
Al Centro Florence di Elty, il percorso PMA è pensato per la coppia, non per una persona sola. Questo significa che il partner è incluso fin dal primo colloquio: nella valutazione, nelle spiegazioni, nelle scelte. Non come presenza di supporto, ma come interlocutore clinico e umano a pieno titolo.
Gli specialisti di Elty lavorano in équipe multidisciplinare, con competenze in ginecologia della riproduzione, andrologia, embriologia e supporto psicologico. L'obiettivo non è eseguire procedure: è costruire un percorso che abbia senso per te e per chi ti sta accanto, fase dopo fase.
Se stai cercando un punto di riferimento, o se hai domande a cui non hai ancora trovato risposta, puoi iniziare da una valutazione iniziale con il nostro team. Senza fretta, senza aspettative precondizionate: solo per capire da dove partire.
